giovedì 14 aprile 2016

Figlia mia, danza

Figlia mia, non credere al corpo.
E’ una promessa di eternità che non verrà mantenuta.
Ti guardi riflessa, convinta che sarà per sempre.
Devo trovare il tempo di dirti che quello della nonna, si è ammalato. Quello di tuo padre si va incurvando. 
I tuoi amici e le tue amiche, a gara nel farlo piu’ bello, colorato e prestante.
Riempilo un po’, con i pensieri di chi lo ha trascurato, con le cure di chi lo stava smarrendo. Conservalo bene, ma non credergli mai del tutto.
Basterà la febbre a 40 per sfatare questo mito. Sarà una caduta vertiginosa dentro le parti piu’ nascoste del tuo essere, un consapevolezza della pelle, delle membra, delle ossa, delle cartilagini.
Una sensazione di essere ridotto a giunture e vasi sanguini.
Quando avrai la febbre,  pensare, dissertare, filosofare non ti sembreranno altro che appendici inulti di una struttura fatta di carne ed ossa, per la quale il pensiero è come una sorta di religione dell’epidermide , buona perché il corpo non rifletta troppo sul suo essere a tempo.

Danzando dimenticherai. Potrai così si può imbatterti in una bellezza nascosta correndo intorno ad un vilalggio industriale abbandonato. Capannoni sfondati , erba cresciuta in solitaria. Il fine di una costruzione è quella di essere abitata, come quello di un nome è di essere parlato. Sono ruderi scrostati perchè la cura degli uomini se ne è andata per case più piccole e più urbanizzate, per non dover penare. Il prato è incolto di un erba cosi' alta da flettersi immediatamente appena la calpesti. Aprire la finestra è ripetere quel gesto fatto migliaia di volte dai chissà quanti che   hanno abitato quella stanza verde, con la ruggine padrona delle stanze. Anche la ruggine si arrende se la calpesti . 

 .
L’incanto, figlia mia,  è un’ eccezione in temi così rapidi.
Ero e resto, convinto che i momenti di sorpresa possano considerarsi come attimi di vita in una tediosa ripetizione di automatismi.
Ti ricordi quel ragazzo visto sotto i portici?
Era in posizione supina, capace di sostenere il peso dell’intero corpo con una sola mano aperta a palmo intero sul selciato. 
Con piccoli movimenti del polso riusciva a far roteare tutto il corpo, disegnando un ellisse in movimento.
Alzandosi, mimava le gesta di un ballerino classico con movimenti sincopati, poggiando la mano destra sulla tempi, facendo da li partire una scossa che muoveva il corpo come segnato da un onda sottostante. Il tutto senza musica, provvisto solo di un ipod la cui musica era celata agli sguardi dei passanti.

I salti che riusciva a spiccare, cadendo nello stesso punto di partenza, erano il condensato di anni ed anni di allenamento, passati in chissà quale cono d’ombra della vita. Avvitato come nella morte del cigno, si abbassa e declina, fermando il tempo nella posizione della carriola, seduto a terra, con ancora la forza di passare avanti agli astanti col cappello in mano per qualche soldo. Non ho trovato la forza di dirgli quanto io mi sia sentito inutile, fermo, ossidato e bloccato nell’osservare le sue movenze. Chi possiede il dono della danza, ci consegna alla vita del criceto nel cerchio, con pochi sfortunati che hanno tempo di accorgersi del dramma dell’immobilità. Ricordalo

domenica 7 febbraio 2016

Non potrò piu’ scriverti, perché fa freddo.



E’ il risultato quello che conta. Se è vero che si nasce per non essere soli, lui doveva aver sbagliato qualcosa. O forse in lui qualcosa era sbagliato. Qualcosa di grosso. Si, il fascino dell’isolamento lo aveva ghermito, poco dopo l’adolescenza. Ma si sà, è il periodo nel quale ci si sente unici ed inimitabili. Ce ne aveva messo di tempo per sopravvivere alle parole del padre  (‘ buffone! non vali nulla, e se piangi, vali ancor meno!), almeno, questo credeva. Guardandosi dietro alle spalle, scoprì’ che quella parole erano andate talmente in profondità, da aver plasmato le sue ossa. In pratica, era cresciuto con quei comandi. Butta cosa il male da dentro, quando nasci mentre il padre ti augura la morte.  Era davvero troppo solo per credere al fato o alle circostanze. Tutto il suo camminare aveva puntato in una sola direzione: la solitudine,da qualche parte convinto di non valere davvero nulla, di essere realmente un idiota, un impacciato sbaglio della sorte. La sua vita, della quale cercava di fare un bilancio, era un esperienza di solitudine che andava al di la della comprensione  'Seduto, in silenzio. A raccontare una vita. Ma quale? Non l'ho vissuta, l'ho attesa scambiando la prudenza per cammino. Lo stallo per protezione. La vita ora è passata, sono senza ferite ma senza storia da narrare' raccontava. ' Io non sono sempre stato quel cinico che conoscete' disse.
' ho conosciuto momenti di stupore, di commozione e, perdinci, anche di trasporto. Per me tutto era nuovo ogni giorno. Io ricordo quel pomeriggio di dicembre, seduto al bar sotto la stazione, quanto mi sono intenerito nell'andare a casa di Assunta che stava per ricevere Amalia, la vecchia farmacista, recante in dono un panettone, una bottiglia di spuma e una di cognac. In quel paese c'era un unica bottega, erano le prime confezioni regali che si vedevano. Le compravano tutti li. Non solo Assunta ricevette il panettone con le due bottiglie, ma lei stessa lo regalò all'amica. Tutto il paese non faceva che scambiarsi un pacco verde con dentro le medesime cose, delle medesima marca. Capii allora che il valore di un oggetto è dato da quel surpuls di amore che lo confeziona, anche a costo di diventare ridicolo e grottesco.  Poi venne la malattia, i colpi. Passò tante  dal letto di ospedale, e altrettante  lo avevano  iniettato di soluzioni per anestesia, che risvegliarsi per lui non era più una sorpresa, ma il timore che l’alba sia l’ultima. ‘Sono solo e mi dispiace’, mi disse, ‘ che nessuno  nessuno passi a portarmi quei panettoni che tengo a mente, sin da ragazzino. Si vive e si muore ignorando gli altri, con le proprie storie ai margini di vite che crediamo piu' grandi. Non ci si racconta perchè ci si crede privi di interesse. Non si esce di casa, perchè non ci si aspetta piu' un giorno nuovo. Dio bono, quanto piacere mi farebbe un pò di compagnia prima di andarmene’.
‘Avresti dovuto cercare, cercare ancora’ si ripeteva.
Ricordi il tempo in cui sei stato male? Non c'era nessuno accano a te. Scendevi dal letto, lavavi la faccia, correvi in strada prima che il desiderio di farla finita si impossessasse di te. Mi cercavi, ma io non c’ero.
Eri bello, prima del male. Il tuo viso si è tumefatto per i colpi che provenivano da dentro. La tua voce da roca è sfumata in uno stento.
‘Non perdonare , non dimenticare’ ti dicevo.
‘Ricorda i visi, gli artigli, tocca con le dita la profondità delle piaghe.
Leggi, leggi i foglietti dei farmaci che hai dovuto prendere per non impazzire.
Il perdono è per chi ha ferite lievi, piccoli tagli.
L'oblio è per chi crede in un altrove.
La tua carne di uomo è troppo tagliata, le mani di padre sono troppo incerte, perché tu possa perdonare.
Così come il sole che vedi non ti riscalda, e il freddo non ti punge.
Ricorda, sino alla fine, conficca il tuo corpo nel cuore di quel terreno duro di sguardi di pietra, di parole fredde. Tanto tempo e tanta indifferenza, ti hanno tramutato in un Golem impazzito, condannato a camminare senza uno scopo, a correre senza meta.
Una macchina disperata, che non conosce sosta , alla quale non è concessa la pace.
La pace, quella dei tuoi nemici, non concedergliela
Vivi un giorno in piu' dei tuoi carnefici.
Di a tua figlia che lo hai fatto anche per lei!
Quante volte te lo dissi

Vedevo il tuo sgretolarti. I passi, i visi, gli sguardi, nulla riusvia piu’ a fermare il terreno,  a contenere la frana che da dietro ti mangiava le spalle, ti faceva sentire il fiato corto. Il terreno franato è quella parte di vita sulla quale hai poggiato male  le gambe. Le pietre che pensavi sconnesse si sono disposte in un altro ordine. Una via capace di mostrati orizzonti che non credevi esistessero, volti amici, il cui sorriso hai preferito non vedere. Un odore di terra finalmente gradevole, una piccola frana nella parte piu’ tarda della tua vita. Una fatica arrivare sin qua, uno spreco  la prima parte della vita. Ma tu non mi ascoltavi. Dovevi diventare vecchio, saggio, sedere sulla frana.  Ricordo che scegliesti di scrivere.   Nell’istante in cui prendesti quella decisione, avverti’ la morte come costretta a prendere tempo. Tempo, quell’elemento  che ti aveva fregato. Non c’era tempo sufficiente, forse non ce ne era mai stato. Il tempo, quella variabile che tutti tendiamo a trascurare. Quel domani che crediamo infinito. Se credi all’immortalità, perché mai dovresti scrivere?Scrivere era un mestiere per poveri di futuro.Non avevi messo in conto il furto del furto, la possibilità, remota, di incontrare qualcuno o qualcosa capace di ipotecarlo a tal punto da accorciarti la vita. La depressione, la camera a gas dell’aria, il cortocircuito del tempo.Tempo, tempo, tempo passato a pregare, a sussurrare. A corteggiare, a correre.Di colpo, tutto finito. In quella dimensione di sofferenza e ritiro, si chiudeva e riassumeva una vita. La tua. Riconsiderasti tutti quei momenti nei quali, seduto davanti alla testiera, avevi considerato lo scrivere come tempo perso.Lo era, si, perché il tempo ti avanzava. Ora, che il quotidiano si era rappreso in pochi istanti che si davano il cambio come a fine turno, le cose erano cambiate. Valeva la pena scrivere. I tuoi pensieri , incompleti, avrebbero potuto diventare il pezzo mancante di discorsi altrui, piu’ importanti ed articolati. La tua fine, poteva essere l’incipit di qualche racconto di chi aveva più tempo. Ma avevi smesso di ascoltarmi. La gioventu’ progressivamente inquieta e spaventa. Quel tempo che ti avanzava, diventava prezioso. Ci si ritrovò goffi, farfuglianti davanti ad una donna, rigidi ed impacciati verso il figlio che ti salta in braccio. Campare da consumati è assai peggio che ammalarsi.
Amico caro
te lo dicevo da tempo che fuori è buio,
che scendono i lupi,
che saresti stata in pericolo.
Se fossi stato li con te, la notte non ti avrebbe sorpreso.

Te lo avevo detto di abbracciarmi. Non avresti visto quello che resta della notte.
Ora è tardi, il respiro che sento poggiando le mie mani sulle tue,
è un sibilo gelido, un vento di chi se e sta per andare.


Non potrò piu' scriverti nulla.
Ora che manchi,  patirò freddo.


Adesso è tardi, dormi.

Dormiamo

venerdì 10 luglio 2015

Abbietto

Leggendo le non facili pagine della Kristeva, riesco meglio a comprendere il valore di un certo tipo di intellettuali, rimasti rigorosi e coerenti nei confronti di un corpo sociale che li ha allontanati, prendendone le distanze quasi come esseri infetti. La psicoanalisi insegna che l’uomo e il suo sistema simbolico si costituiscono attraverso la costruzione di barriere tra l’osceno (la sozzura) , escrementi, sangue, saliva, i quali , limitati da una ben definita linea di demarcazione dopo l’espulsione, sono destinati a non essere toccati o maneggiati ( se non, appunto, con disgusto), pena l’ammenda. ‘Non giocare con i tuoi escrementi’ è l’imperativo categorico che tutti noi abbiamo subito e dispensiamo ai nostri figli. Ciò che determina il lordo, l’immondo, è appunto il pulito, il lindo, il lecito. Che può definirsi come tale solo grazie all’esistenza del suo contraltare. E viceversa. Tra i due sistemi non ci sarà mai comunicazione se non in casi, appunto, di perversione. Il passaggio che Kristeva fa parlando di Céline è esemplare. Egli si occupò di indagare quello ‘sporco’ che la Francia non voleva vedere, testimone di Vichy e dell’antisemitismo assai diffuso all’epoca in cui LFC Scriveva. O si pensi alla veemente accusa contro Sartre e tutti gli intellettuali in fondo conniventi con quel regime , senza mai sporcassi troppo, velo squarciato su legami non ufficiali, ma reali. La cesura tra i due mondi era radicale ed irrimediabile, quanto le due posizioni erano l’una elemento costituente dell’altra (nel Viaggio al Termine della Notte, sono ben chiare le atmosfere coloniali sulle quali la Francia costruì la sua fortuna). Solo una netta distanza permise ai due mondi di vivere distanti, necessari l’uno all’altro. Come accade oggi. Ovunque, Dunque in questo caso è chiara la funzione dell’intellettuale che si sporca le mani con le cose schifose della madre patria, e per questo suo agire perverso, viene messo fuori contesto. Da qua la cifra del vero intellettuale che non è sufficiente definire ‘contro’, quanto ‘altro’ Distante, isolato perché compromesso con le sozzure indicibili sottoposte ad interdetto. Intoccabile. Scrive Julia Kristeva: ' inizialmente la sporcizia non è una qualità in sè, ma si applica solamente a quanto si riferisce a un limite, e più in particolare rappresenta l'oggetto caduto di questo limite, l'altro suo aspetto, un margine. (Poteri dell'orrore. Spirali. p. 78). Céline incarna questo limite. La sua lucida analisi della sozzura, dell'orrore della Francia coloniale, del capitalismo e del Comunismo, l'aver dunque visto il lato oscuro, celato, di ogni rappresentazione che diviene quindi allegorica, lo pone come guardiano, gestore del passaggio codificato tra i due mondi, affinché l'uno possa sostenersi in forma negativa dell'altro. Fu, con il suo argot, l'inventore di una neo lingua, la sola che servì da cesura rinnegata dalla Francia tra il mondo abitabile e quello che tutti sanno esistere, ma al quale non vogliono accedere. Céline è colui il quale coglie e narra quel ' che non si confessa, ma si sa comune'. Céline è quell'abbietto che, come dice Kristeva, ' si separa, erra anzichè riconoscersi'. Céline fu tutto questo. E pagò un prezzo alto nel voler venire meno a questa sua funzione di guardiano silente dello scambio tra i due mondi, di controllore dei canali in entrata e uscita tra mondo legale e mondo illegale, sbattendo in faccia ai proprio connazionali l'oscenità della normale collusione tra i due universi. Céline era un kynico, termine usato da Zizek per definire chi mina coscientemente gli apparati dell’ideologia dominante, al fine di esporre gli interessi corrotti che si celano dietro le dichiarazioni ideologiche. Al contrario il cinico è ‘ ben consapevole degli interessi particolari che sono alla base degli assiomi ideologici, ma (..) sostiene e riproduce i medesimi apparati ideologici come se ne fosse inconsapevole’ 'Tutto quello che è interessante accade nell'ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini' è una delle sue frasi piu' pregnanti in tal senso . Quale è dunque il destino di questi 'delatori' del malcostume sotterraneo? Questi novelli infanti che, dopo anni passati sulla diga che separa il mondo grigio da quello regolato, si lanciano nella più' provocatoria delle esclamazioni , ' il re è nudo' ? L'isolamento. La deriva. La marginalizzazione preceduta dalla reprimenda sociale qualora osino strappare la tendina che separa i due universi. Orit Yushinsky sostiene che il Céline del 'Viaggio al termine della notte' 'gode dello svelamento dei rozzi interessi che si celano dietro le pretese ideologiche', ponendosi al contempo come gestore del limite, ma preso dal desiderio di tenere aperto lo squarcio che cela l'abbietto sul quale la società benpensante si fonda, e si sostiene’.Solo con questo apparato simbolico l'individuo può sostenere determinate affermazioni ideologiche mantenendo in pratica le proprie convinzioni sconfessate. Si pensi ad esempio alla promiscuità sessuale, e l'adesione all'ideologia moralizzante (censoria nei confronti della prostituzione) che permette di tenere celata l'inconfessabile spinta a frequentare i bordelli. LFC pagò, come hanno pagato uomini come Snowden, Julian Assange, o gli ufficiali che sapevano dell'uso dell'uranio impoverito, per molto tempo obbedienti custodi del finto confine tra questi universi. Hanno pagato con l'infamia, con la gogna, con la rabbia degli abitanti dell'uno e dell'altro mondo, entrambi infastiditi dal loro aver scoperchiato quel calderone del quale tutti sapevano, e che per tutti stava a tacito fondamento dell'ordine della città. Lo dice bene Dostoevskij: ‘ E, del resto, sapete che vi dico? Io sono convinto che noialtri uomini del sottosuolo, dobbiamo essere tenuti al guinzaglio. Siamo capaci di starcene magari per quarant’anni rinchiusi in silenzio, nel sottosuolo., ma se una volta riusciamo a liberarci e a tornare alla luce, allora cominciamo a parlare, parlare, parlare..’ Nel suo voler a tutti i costi tornare in Patria, incombente con le parole e col corpo che si lascia degenerare a Medoun, troviamo negli atti quel che Julia Kristeva dice sull’abbietto che :’ Risulta come gettato colui per il quale l’abbietto esiste e cioè (si) pone, (si) separa, si situa e erra anziché riconoscersi, desiderare, appartenere o rifiutare’. Céline è più di ogni altro quel viandante ‘smarrito’ in una ‘notte senza fine’ Céline non è mai monotono, pur con la sua scrittura ‘cattiva’. Non scivola mai nella ripetizione estenuante delle noiose righe sadiane, intrise di un godimento senza interesse, sempre identico a sé stesso, mai nuovo per chi ascolta. Cinico, appunto. Il brutto di Céline è intimamente divertente e scorrevole, mai banale. Non c’è alcun desiderio di apparenza dietro al suo volersi seppellire tra gatti e scartoffie. E’ un dolore vero, di chi non teme alcuna accusa di vittimismo. Lui è a tutti gli effetti un arto strappato dal corpo letterario francese, che rimane monco senza dolore, lasciando a lui tutto il male della lacerazione. Su questo non c’è scampo, politico o morale. I reietti della città, vivono e sono in bella evidenza proprio per permettere alla parte ‘buona’ della polis di esistere, e di compiacersi nella propria immagine. Le cene per i poveri, la raccolta indumenti o giocattoli per i disgraziati delle case dimenticate, sono la quotidiana passerella sulla quale il ‘buon cittadino’ cammina esibendo la sua appartenenza e le sue buone doti, rigorosamente in una zona libera dalla povertà, dalla sozzura e dal disagio. Senza i quali, la sua stessa appartenenza sarebbe messa in discussione, obbligando ad un vagare in una infinta zona franca, libera, nella quale ricchi e poveri, malnati e privilegiati, sfigati e imbellettai possono incontrarsi col rischio di confondersi. L’insopportabile reale di Céline, poteva essere allontanato con la bellezza: la forma dello stile, le gambe delle ballerine. Essere stile anzitutto. La scrittura come sintomo, come punto di tenuta e galleggiamento sulle acque del fiume sporco. 'Il francese è una vecchia lingua, secca, decrepita’. (..) 'Io sono uno stilista, solo questo. Mi importa solo lo stile, dunque solo il colore’ Le sue opere sono una condanna a scavare sino all’osso nel lato oscuro dell’umanità. Il dr Destouches fa il medico e va al fronte. Il medico conosce la malattia, la caducità dei corpi. ‘…. In guerra conosce la violenza e la sopraffazione come regola di vita, come elemento ineliminabile dell’essere umano. Céline non trova alcuno scampo, alcuna consolazione. Né nell’uomo, né nelle ideologie. Céline svela la mostruosità del sistema produttivo americano, nonché la brutalità del sistema sovietico. Céline fugge tutta la vita in cerca di quelle piccole bellezze che rendono sopportabile questo viaggio ( ‘ un lampo di luce che finisce nella notte) Dopo tutto quel peregrinare egli confessa la sua obbedienza totale alle lettere, la sua condanna a scrivere. Un godimento malefico dal quale non riesce a liberarsi. Un uomo che ha visto e patito tutto il buio degli uomini, scoprendo mentre avanzava che non esiste speranza né luce. La sola possibilità è un identificazione totale, una immedesimazione che da stordimento alla scrittura, all’estetica dell’argot. Sarebbero sue le frasi della serie televisiva 'True detectives' 'Sai cosa farebbe la gente se non credesse in Dio?' 'No' 'Le stesse cose che fa ora. Ma alla luce del sole'

sabato 27 giugno 2015

Coprolaia

Un suo caro amico, poi disperso nel nulla, battè violentemente il capo cadendo dalla bici da corsa. Lo raccolsero sanguinante ma luicido. Mentre aspettavano l'ambulaanza, lui notò in Karl, questo il nome dell'amico, una luce insolita e veritiera. Veritiera era il solo termine che poteva vestire quella faccia, quella parole e quello sguardo ancora a terra.
' Ma che vi importa di me, lasciatemi qua, a nessuno importa nulla di me. Non fate gli ipocriti!' diceva Karl ghignando rabbiosamente.
'Ma che dici? Stai male, dobbimamo aspettare l'ambulanza'
'Appunto, dovete, ma non volete. A nessuno di voi è mai importao nulla di me. se non nel dire male alle mia spalle perchè mi avete sempre ritenuto un ricco idiota, che portate con voi perchè nessuno ha mai trovato il coraggio di dirmi che se non fosse per la mia costosissima bicicletta, non riuscirei nemmeno a starvi a ruota.
E la sola cosa che vi da un pò di godimento, è fare commenti vedendo le gambe di mia moglie menter carica la biciletta in auto, stupiti e gonfi di riso , incapaci di farvi una ragione del perchè lei stia con me!
' Ma..sei pazzo? Mettiti calmo'
'Tu, tu sei forse l'unico' gli sossurrò calmo guardandolo negl occhi, 'che possiede un minimo di umanità. Ma accetti di far parte di questo baraccone di colgioni nevrotici, grassi uomini di mezza tacca, convinti di essere dei ciclisti perchè con pantaloni attillati.
Nè io, nè te, e nessuno di costoro sale sulla bicicletta per passione!
Il vostro scopo, troppo arricchiti per mescolarvi con la gente del bar, è semplicemente quello di ritrovarvi a riversare le malevolenze della vostra vita!
' Perdio se sta male..non sa più quello che dice'
' Smettila! gridò a quello che fermava il traffico e lo commiserava.
'Sei un vecchio stupido e cattivo, sei stato un giovane stupido e cattivo. Vieni qua a straparlare di odio razziale perchè non scopi da dieci anni.
Stare nel gruppo di ciclisti serve a ripagare il tuo senso di fallimento innato, la tua totale incapacità di eccellere in qualsiasi cosa, fosse anche aprire le botiglie di spuma!
Quello si voltò, abbassò le braccia, e disse ' chiamatela tu l'ambulanza , stronzo!'
'Ma non vedi che sta male! Resta in strada, ferma un autombile! fece eco l'altro.
'Volete aiutarlo voi? Vi piglierete quello che questa serpe ha in seno anche per voi. Accomodatevi.
Poi si rivolse a lui : 'Salvati, salvati!' gli disse.
Tu sei ancora in tempo.
'Salvarmi? Da cosa..? gli rispose mentre voltava di lato il viso, quasi a volerlo osservare da un angolatura diversa, per capacitarsi delle mostruosità che gli uscivano dalla bocca.'
' Da cosa...? ' e il monito a tacere e riposarsi si tramutò, incurante del sangue che gli usciva da sotto il caschetto, in uno sprone a continuare.
'Da questa finzione! Tu non ne fai parte, vattene via! Dimentica tutta quelle condesa di luoghi comuni che chiamano fato, avversità, incontri fortuti, banali, momenti particolari.La condizione di partenza è ciò che ci inchioda e ci detemina, senza che noi possiamo incidere in realtà più di tanto.
Tu non sei come noi, non sei fottuto! Va via, molla questo gruppo d imecilli rassegnati, trova la tua strada! C'è un margine scritto, ma a noi ignoto, che serve a darci l’illusione di poter decidere qualcosa della nostra vita, di avere possibilità di cambiamento., Noi siamo arrivati, non non desideriamo più nulla che non sia sfoggiare i completi colorati la domenica mattina, ma tu no. Tu non sei così. Lascia questo gruppo.'
Il pomeriggio successivo, solo lui e la moglie andarono al colloquio col neurologo.
' Si tratta di una coprolaia da contusione. Probabailmente l'urto ha colpito la zona frontale del cranio, determinando un allentamento delle sinapsi inibitorie. Gli effetti sono transitori, anche se surreali.
Tra qualche giorno tornerà come prima.
Il gruppo si sciolse dopo pochi giorni, nessuno riprese mai più la bicicletta in mano. Lui riprese il lavoro nell'azienda del padre, occasionalmente ritrovò i vecchi compagni davanti alla scuola, all'uscita dei bambini.
Quanto a lui, lo aveva preso in parola.
Se ne era andato.

martedì 9 settembre 2014

Non

Scrivere non allontana la morte. Non serve ai posteri, non fotografa paesaggi. Non conduce all'immortalità, e nemmeno alla piccola fama. Scrivere testimonia che tu e quei fatti, qui momenti, quelle persone, eravate vicini quel giorno. Scrivere è una pietra miliare che nessuno legge per decenni. Te la ritrovi quando credevi di aver perso memoria di quel momento, Allora la puoi condividere

lunedì 1 settembre 2014

Padri folli. Cronache minime da un OPG


“ Salve, posso sedere qua accanto a lei?”
“ Certamente”
“ Pausa lavoro?”
“ Si, a dire il vero ad ogni pausa che il mio lavoro mi concede vengo qua”
Si conobbero in quel modo, in un posto fuori dal tempo che nessuna cartina riportava.
Parlano poco, guardavo il fiume.
Guardare è un verbo che mente, giacchè nulla di cui l’uomo può scrivere potrebbe mai descrivere i silenzi pieni di verbo che i due si passavano.
Nessuno aveva mai chiesto all’altro che lavoro facesse. Ognuno preferiva credere che l’altro fosse li, apposta per lui, a dedicargli tempo.
Un illusione di disponibilità che si sarebbe infranta se uno dei due avesse confessato di avere un vero lavoro, condannando quel contrattempo ( contro il tempo) a una concessione di un ritaglio di tempo dato anche ad altri.
“Domani non potrò venire”
“E perché mai?”
“Questioni di lavoro”
“Dunque avete un lavoro?”
Illusione infranta
Quell’uomo non aveva più tempo per lui.
“Si è no, non un lavoro normale.
Le debbo una spiegazione.
Un tempo anche io avevo un lavoro, un lavoro normale . Un lavoro nella norma.
Ma nel tempo non mi andava più di andare in quel posto, fatto di gente che spendeva il proprio tempo a fingere di aver tempo per altri. Tempo comune, tempo codificato. Avevamo otto lunghe ore, ma nessuno aveva tempo per me”
L’altro inebetisce.
“ Ne avevo abbastanza. Poi mi innamorai di una donna.
Nel tempo trovavo il tempo di pensare solo a lei.
Non devi” dicevo tra me e me. Ma questi sono i pensieri del giorno, sono le puttanate che inibiscono l’uomo nel suo essere e lo rendono adulto. Normale, stabile. Presente, professionale e cazzate varie.
Lei si muoveva come un fuscello di paglia, aveva i capelli color oro, trattenuti da un spago chiaro e intrecciato. Una gazzella che fendeva l’aria senza muovere null’altro che i pensieri di chi la guardava.
I colleghi mi deridevano, mi isolarono
Venni messo , come le balene moribonde, al margine estremo della spiaggia è il posto nel quale vengono confinate le persone gentili. Spesso sole.

Mentre si avvicinava a aveva gli occhi grandi, pieni di desiderio. Aveva gli occhi di chi vuole solo sentire il tuo corpo, il tuo profumo, le tue braccia. Non avrei dovuto farlo, avrei fatto tardi al lavoro, l’indomani mattina. L’indomani al sorger del sole, il sole che rende i rapporti umani insopportabili. Perché son chiari, perché devono obbedire al rituale sino in fondo .
Il corpo ragazza è un avvertimento mandato dalla morte, dalla morte in persona. E’ l’attimo che dovresti saper cogliere. E’ lo spogliarsi delle convenzioni, dei rituali. E’ l’antichità dell’essere umano. E’ l’uomo e la donna. E’il profumo della pelle depurato dalla immondizia della vita del giorno appena passata. E’ il rossore delle gote del sangue che circola in fretta. E’ il palpito del muscolo cardiaco che capisce che, forse solo quello, è l’unico momento vivo della giornata intera. Il cuore non pensa, si ammala e paga le stronzate che la mente gli fa fare, ma non pensa. Agisce. Chiama l’animale antico, lo mette in moto, si preoccupa di distribuire il sangue in giro, in fretta. A tutti i muscoli che in quell’incontro servono.
L’indomani mattina provai il gusto di non perdere il suo sapore.
L’antica bellezza di non lavarsi .. Tenere il corpo e la pelle ancora impregnati, rinunciare a passare quella schifezza collosa e profumata tra i denti per conservare sino al mezzogiorno il sapore di quelle labbra giovani.
A mezzogiorno in casa magari c’è la solita schifezza fatta di pollo e nauseanti salse. O la cucina di casa sua. Quale carne mai può avere un sapore più dolce e sanguigno della carne delle labbra di una donna ?
Restai con lei due giorni, dico, mio dio, solo due giorni! Me ne fregai della gente, tutta quella gente che pretenderebbe che tu non fumassi il sigaro, immemore di costringerti per buona parte della giornata ad ascoltare, assorbire, inalare, ingoiare tutte le loro tristissime parole consuete, fatte di nulla fritto con il loro fiato di vecchi.
Quegli stessi manichini pensanti che sono pronti a puntare il dito e accantonarti come un monatto se, illudendoti di viver ne regno animale puro, osassi dire 'l'ho fatto'. ”.
Sinceramente non immaginavo fosse una clandestina. Ma che singifica clandestina?
Mia moglie se ne andò di casa, portando via mio figlio.
Crollai in un torpore dal quale mi risvegliai solo dopo pochi giorni.
Poi, una mattina , non mi fecero più entrare in ufficio.
Clandestino? Irregolare?
Sbraitai con tutta la forza che avevo in corpo-
Vennero a prendermi, mi dissero che ero diventato matto, che non avrei più dovuto andare al lavoro.
Ora me ne sto per la maggioranza del tempo tra le mura bianche di quell’edifico.
Ho una bella finestra, ma nessuno con cui parlare.
Prendo medicine colorate.
Non so se stavo meglio prima o adesso sono felice.
E’ certo che prima avevo un lavoro normale, ora ho un lavoro da pazzi”.



Era rimasta, in mezzo alle piaghe del volto e alle membra ricurve,
un umanità inattaccabile. Fermo come una cosa sorda all’acqua, cieca al sole. Immobile come lo sono quegli oggetti violati e gettati nel pattume. La chimica dirigeva i suoi pensieri, i suoi circuiti neuronali semplici e mozzati. Gli occhi roteanti erano il solo ricordo di un uomo che era stato vivo, prima che le scariche di corrente penetrassero nei pensieri più nascosti.
Il tempo si era fermato nel corso di un pianto.
Non sapeva cosa fosse un padre pazzo, non gli avevano detto a quale spettacolo sarebbe andato incontro.
Nessuno di quelli passati da li riconosceva i familiari.
L’attesa e l’elettroshok erano la pena prima del giudizio. Una condanna già scontata prima che il giudice emettesse una sentenza. Uomini che dovevano giudicare altri uomini solo dopo che questi erano passati nell’infermeria, con i rotoli di cotone e gel sulle tempie. Uomini che non riuscivano a giudicare una colpevolezza che si spegneva sotto i volt.
Fu tuttavia uno stupore intimorito e condiviso quello che colpì le guardie e gli infemieri quando aprirono la porta di legno avvicinando il bambino.
Lo videro alzare la mano livida e passarsi le dita sul capo, come a pettinarsi. Inconsapevole del suo sguardo bruciato, certo di un viso che non era più tale.
Tossendo sangue si levò in piedi e strisciò sul muro cercando nelle pietre la forza per alzarsi. Non volle specchi, solo il vecchio maglione felpato.
Aprirono la porta intimoriti e il bambino, lesto, fuggì dalla loro morsa correndo incontro al padre chiamandolo per nome.
Si fece prendere ed alzare, sentendo quell’amore paterno che le scariche non avevano bruciato.'

lunedì 11 agosto 2014

Vestiti di paese

La tempesta scatenatasi sul paese bruciò i prati, sradicò gli alberi. Sfondò le case e cancellò la toponomastica. Ma quel che è peggio, interruppe i legami di parentela ed azzerò le identità per come le si conosceva. Tutti coloro che rimasero esposti alla tempesta, si ritrovarono di colpo apparentati, sconosciuti l’uno all’altro. Non fu semplice spiegare al parroco che doveva rientrare in canonica, rinchiuso come era nel bar, intento a darci dentro col vino di bassa qualità e con le sigarette arrotolate. Improbo compito ebbe chi dovette rincorre il fornaio, riportandolo ai compiti che gli spettavano, cuocere il pane per il paese, e non giocare ai dadi tutto il denaro che si trovò tra le mani aprendo il registratore di cassa. Ma la più ingrata delle prove fu convincere l’appuntato a smetterla con quella mania di rubare i quadri e le ruote delle auto, trattandosi di un comportamento poco confacente al mestiere del carabiniere. Al più anziano del posto toccò la sorte più dolorosa. La ragazza con la quale ad ogni costo volle sposarsi, era in realtà sua figlia, mentre la vecchia intrusa che abbandonò all’incrocio della strada sull’imbocco del paese, sua moglie. L’aver strappato a forza gli abiti che ciascuno si ritrovava a indossare, portò allo svelamento di nature e pulsioni sino a quel momento sopite, nascoste dietro a parvenze sedimentate nel corso dei decenni. Ciascuno scoprì una parte sadica e perversa, tanto più forte quanto più spesso era l’abito di moralità sino ad allora indossato