mercoledì 2 luglio 2014

Danzare


Ebbe, nel veder danzare quella donna minuta e pallida, un sussulto di amarezza.
Stupore diluito in rabbia.
Ma la meraviglia di quel corpo che fendeva l'aria con le mani e armonizzava le
linee spezzate e confuse della città, aveva il sopravvento. Tempo rappreso in un metro quadro.
Come in una teca, il rumore del bus le moriva attaccato. Ci si metteva in silenzio.
Si occhiava con disgusto chi apriva il cellulare.
Danzare.
Danzare senza parlare.
Ad alcuni era risparmiata la faticosa opera d'ingresso nel mondo con le parole.
Dalla lallazione alla discussione della tesi di laurea, un lavoro da bestie!
Le frasi da articolare, le convenzioni da adottare, le inflessioni da infondere al tono a seconda
del recinto nel quale ti trovi. Sempre a pensare cosa diranno di te, a dedurre in che modo ti faranno entrare, o ti sbatteranno fuori.
Commerciare  con il mondo attraverso il linguaggio è l'opera più difficile, per lui  una roccia insormontabile.
Nel suo dire goffo le paratie delle censure non  si alzavano in fretta, il tono si trascinava da luogo a luogo senza trovare il tempo di mutare.
Cambiava d'abito, ma non cambiava il linguaggio.
Diveniva rozzo ladodve c'era bisogno di dolcezza, fluido dove serviva rabbia.
Un corpo immobile che cercava di muoversi, annaspando e egesticolando, con quegli strumenti poco spendbili che erano per lui le parole.

Il giurista, il giornalaio, i ragazzi fuori dalla pizza al taglio.
Il loro vociare cambiava repentinamente , adeguandosi al  luogo nel quale stavano per entrare,
 , mutando ai ritmi infernali che la città impone.
Toni, aggettivi, postura, intonazione.
A nessuno era permesso usare la propria lingua, si doveva usare la parola del luogo vicino,
violentando, mozzicando, sottoponendo i pensieri originari a cambi d'abito che finivano per snaturarlo.
Davanti al caffe della colazione rivoluzionari e inventivi, per strada quaunquisti coi passanti.
In negozio gentili per poter uscire.
Una soggettività uccisa dal significante sin dalle prime ore di mattina.

Quella ragazza no, lei annullava il linguaggio.

Tutti venivano calamtitii da quel che sapeva esprimere senza dire una parola.
 

Roteando il bacino e la schiena in un movimento  che ricordava l'ossessivo ondeggiare dei rabbini davanti al muto del pianto.
O mimando la camminata armoniosa della  Carmen quando entra in scena.
Joe strummer col microfono vicino alle labbra  trasmetteva  qualcosa di simile.
Carlo Maria Giulini, quando chiudeva gli occhi alla Scala.

Se avesse avuto in dono la capacità di ballare , se ne sarebbe potuto stare per sempre nel silenzio delle parole.
 Senza più il  timore di non essere riconosciuto  e parlato da altri

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