Lo aveva salvato Celinè
Camminava sopra ad una lamina di buio che si andava progressivamente allargando.Da un lato il mondo reale, antico, a lui più proprio. Dall'altro il mondo che lo aveva catturato, affascinato.La crepa tra i due lembi era ormai talmente larga da non vanificare qualsiasi tentativo di ricucitura.Doveva scegliere, scegliere in fretta.Il buio nel quale stava precipitando era letale perchè non era reale. Non era il frutto di un addio, di un distacco. Non di una perdita, nè di un lutto.Non era la pece che si posa sul cuore e lo pietrifica appena dopo aver sepolto un amico o un familiare. E nemmeno era quel annunciarsi di nebbia e piombo che segue ad un distacco amoroso.Non presupponeva un oggetto perso, non anelava ad una riconquista.Era l'indicibile male della perdita di un non luogo, di un entità fittizzia. Le rovine di un castello inesistente. Gli abissi di un mare immaginario. Solo chi abita il mondo reale conosoce i lutti e le separazioni da cose concrete. Chi modella la vita vestendo abiti non propri, abitando una vita che non è la sua, non prova dolori normali.Stava dunque cadendo, ma non avrebbe avuto margini di ripresa.Doveva staccarsi di dosso quella pelle, doveva definitivamente liberarsi dagli orpelli di quel mondo. Cancellarlo. Farlo a pezzi. Solo cos' avrebbe potuto tornare nei suoi vecchi vicoli, tra la sua gente. Nelle sue strade. Aveva bisogno di un dolore normale, di una depressione vivibile.Il libro di Celinè aveva avuto questo merito: lo aveva riabilitato ad una notte sopportabile
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