mercoledì 2 luglio 2014

Fatica

La scrittura come fatica. Come impegno, disciplina. Senza felicità apparente, che non sia osservare stanchi la parola compiuta. Uno stato di tossicomania, come nell'alpinismo estremo. Senza fiato, malnutriti, accampati, esposti ai venti che spazzano. Lo scrittore professionista conosce già i vicoli della prosa. Ritaglia, assembla, il prodotto finale gli è già chiaro come lo è al cuoco che da una poltiglia indifferenziata estrae un piatto elaborato. Per tutti gli altri, ci sono solo cose indicibili. La maggior parte delle cose che ci circonda è indicibile . Ci commuove, ci stupisce, ci stimola un rigurgito. Perchè dirle, perchè togliere loro l'originaria bellezza? Non c'è motivo apparente, come non c'è per pulire le scale,  riordinare la tavola. Lavare l'automobile, salutare il vicino. E' un automatismo che spinge a vivere, e, vivendo, coprire con gesti e parole tutto quello che è sta in superficie. Una vita intera può essere trascorsa solo pulendo, salutando, scambiandosi auguri o convenevoli. Prendendo i figuranti per persone, i movimenti meccanici per carezze. Le mani agitate per saluti. Il bofonochiare per una parola d'affetto. Scrivere una pagina di diario può valere più di anni di facciata. La scrittura è una fatica supplementare, che cerca di organizzare l'inanimato, di tessere una tela tra cose disomogenee. Dirle significa ordinarle. Scrivere è quindi un vano tentativo di dare un poco di ordine a quello che ci gravita attorno. Si scrive molto quando si sceglie di rinunciare e alla farsa dei saluti e delle telefonate nei giorni degli anniversari.

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